Donald Woods Winnicott

“La capacità di provare ancora stupore è essenziale nel processo della creatività”

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La fiaba del madball

E’ bello immaginare una storia fantastica all’origine di ogni cosa: per questo è nata la “favola del madball”  con la speranza che possa  far sognare non solo i bambini  ma  quanti ancora riescono con il “cuore” a restare bambini.

Esisteva nel cuore dell’Africa un piccolo altopiano, circondato da montagne altissime, che nessuno ancora era riuscito a scalare. Qui, immerso in una lussureggiante foresta, esisteva dalla notte dei tempi il regno dei Manongo. Si trattava di una tribù non molto numerosa che viveva soprattutto di caccia e di frutti di cui la terra era ricchissima. L’uomo civilizzato per fortuna non aveva ancora scoperto quell’angolo di mondo, per cui sia la natura che le vecchie usanze erano rimaste inalterate con il passare del tempo. l Manongo avevano grandi occhi intelligenti, capelli ricciuti e labbra carnose. Non è che fossero alti; in compenso erano forti, robusti ed atletici. Avevano costruito le loro capanne sulla sponda di un piccolo lago, poverissimo di pesci ma ricco di alghe verdi. Visto dall’alto delle montagne questo minuscolo specchio d acqua sembrava quasi la chioma di un gigantesco albero. Comunque la particolarità di quel delizioso laghetto era la forma, quasi rettangolare e dai contorni ben definiti. I più vecchi del villaggio andavano raccontando che nelle sue profondità esisteva un regno nascosto popolato da curiosi esseri anfibi che talvolta nelle notti senza luna uscivano fuori dal lago e, silenziosi come dei gatti, s’intrufolavano fra le capanne per nutrirsi dei frutti tropicali che gli indigeni accantonavano, per farli meglio maturare, in grandi ceste di paglia poste fuori dagli usci. La leggenda affermava anche che questi strani personaggi erano di statura molto bassa ed avevano un viso paffuto e rubicondo, sormontato da un ciuffo ribelle di capelli neri ed irti, cosa alquanto insolita per una popolazione africana. La loro caratteristica principale era di avere al posto degli occhi due grandi smeraldi fluorescenti indispensabili per far luce nel buio degli abissi. Gli indigeni li chiamano Mo-ang che nel linguaggio del posto significava “figli del vulcano”. Nessuno aveva paura di loro, essendo considerati divinità positive. Anzi era segno di buon auspicio se venivano in sogno o quando, caso meno ricorrente, si aveva la fortuna di intravederne uno. Tutti consideravano i Mo-ang gente pacifica, allegra, felice e sempre molto giocosa e sorridente. Talvolta nel silenzio della notte veniva su dal lago un gran vociare fatto di risa e di canti come se questa misteriosa popolazione fosse permanentemente in festa. Qualche indigeno più coraggioso aveva addirittura tentato di esplorare in lungo ed in largo il pittoresco specchio d ‘acqua, ma tutti i tentativi di trovare un passaggio segreto tramite il quale poter arrivare nel regno dei Mo-ang erano risultati vani. Qualcuno andava pure dicendo che il lago nascondesse a non molti metri di profondità un piccolissimo vulcano. Purtroppo mai nessuno era riuscito ad individuarne il cratere attraverso cui questi strani gnomi acquatici risalivano in superficie. Pare che tale apertura fosse tappata da un gigantesco smeraldo, di un verde intenso, al di là della quale, durante la notte, si potevano solo intravedere strane luci che si muovevano in tutte le direzioni con armonia ed eleganza. Lì sotto comunque, a dire di molti, si celava il misterioso mondo dei Mo-ang. Tuttavia, malgrado se ne parlasse tanto, il vederli era un fatto raro ( questo tutt’al più succedeva solo ai bambini). La loro presenza nel villaggio, in compenso, non era una cosa insolita e la si notava non solo per la scomparsa dei frutti messi a seccare nelle grandi ceste, ma anche, fatto molto singolare, per un certo numero di carpe (pesci non presenti in quel lago) che la mattina venivano lasciate ancora guizzanti sulla banchina di legno che gli indigeni avevano costruito sulla sponda del lago. Non ci volle molto a capire che con tale semplice gesto i piccoli uomini dagli occhi di smeraldo intendevano sdebitarsi per la frutta che portavano via e di cui erano enormemente ghiotti. Ora proprio per impedire che alcuni di quei pesci, pasto prelibato e molto ricercato dai Manongo, guizzando ricadessero di nuovo in acqua, sulla sponda fu posto un grosso ramo in cima al quale fu sistemato un cestello ricavato da un rete da pesca. Si sperava in tal modo che i “figli del vulcano” deponessero là dentro tutte le carpe invece di lasciarle disordinatamente in giro. E così avvenne.

Un giorno però accade una cosa strana e misteriosa che sconvolse la vita dei Manongo: fra le carpe ammucchiate le une sulle altre nel rudimentale retino, una aveva delle bellissime squame in lamina d’oro. Fino ad allora i Manongo non sapevano cose fosse la discordia poiché erano persone semplici ed affettuose. Ma forse fu il luccicare di quelle squame, che alla luce del sole emanavano suggestivi riflessi, propri delle gemme preziose, fatto sta che ne nacque una grande disputa, soprattutto fra i più giovani.

Tutti volevano la carpa d’oro per ricavarci collane, bracciali, anelli, in quanto anche fra quegli indigeni il possesso di monili era segno di distinzione e di autorità.

Così avvenne che l’antica tribù si divise in due gruppi che per poco non finirono per combattersi. Il vecchio stregone della villaggio propose a quel punto di ributtare nel lago il pesce della discordia. Ma visto che neanche dopo averlo fatto gli animi si erano calmati, invitò il gruppo più riottoso ad andare ad abitare dalla parte opposta del lago. E così accadde.

Furono costruite nuove capanne e venne messa addirittura una rete a metà di quell’ incantevole specchio d’acqua per dividere i due territori. Infine, per evitare qualsiasi controversia, un identico ramo con un analogo cestello fu sistemato anche sulla sponda opposta. La vita andò avanti per molti anni fra occhiate di sfida e talvolta segni di minaccia. I più anziani soffrivano per la discordia che aleggiava nell’aria e ogni tanto cercavano di riconciliare gli animi affinché tutti tornassero a vivere in pace ed armonia. Solo i bambini erano tenuti fuori da questa contesa e per fortuna capitava spesso di vederli giocare insieme, felicemente

Una bella mattina, quando il sole non si era ancora affacciato sulle creste delle montagne circostanti, uno fanciulletto della tribù, salito in cima ad un grosso albero per ammirare l’alba, notò qualcosa di strano attaccato alla rete che divideva il lago a metà. Sembrava un oggetto di cristallo che mosso dalla brezza mattutina, rifletteva in tutte le direzioni i primi raggi rossi del sole tramutandoli in tanti sottili fili policromi. Il ragazzo, suggestionato da quei bagliori, scese giù dall’albero e corse con il cuore in gola fino alla sponda. Non si rendeva conto di cosa si trattasse. Si tuffò in acqua e nuotò, con quanta più forza avesse, verso la rete. Quando fu abbastanza vicino si fermò ed osservò l’oggetto con occhi incantati, come ipnotizzato. Ma durò tutto un istante. Poi ritornò in sé; fu allora che gli venne in mente la storia che suo nonno gli raccontava da bambino e che parlava di una carpa d’oro. Infatti quello strano oggetto era proprio una carpa dalle squame auree. Il fanciullo fece dietro front e ritornò a riva correndo subito al villaggio, dove tutti stavano ancora dormendo. Si diresse verso la capanna dello stregone e trovò l’uomo raccolto in preghiera sulla soglia. Sembrava che avesse intuito cosa fosse successo.

-” Non dirmi nulla – disse al ragazzo che si era inginocchiato ai suoi piedi in segno di venerazione e di rispetto.

-Già so tutto!!”- concluse poi dopo una lunga pausa di silenzio.

Prese quindi il bastone sacro, mise addosso il mantello rosso delle grandi cerimonie e si avviò verso la capanna dal capo tribù.

Il sole era ormai salito ancora un po’ sull’orizzonte. Intanto i Manongo si erano raccolti in silenzio sulle due sponde opposte.

Il vecchio stregone fece allora scivolare in acqua la sua piroga e si diresse verso il centro del lago. Quando raggiunse la rete che divideva i due territori si fermò ed osservò a lungo il pesce dorato che vi era impigliato. Raccolse poi dal fondo dell’imbarcazione una mezza zanna d’elefante che gli serviva per amplificare la voce. Il mormorio da ambo le sponde si fece per un attimo più intenso e nervoso, finchè i due capi tribù non alzarono al cielo il braccio sinistro che brandiva una lunga e tozza lancia di legno intarsiato, decorata da splendide penne di fagiano. A quel punto tutti tacquero. Solo allora la voce dello stregone si stagliò netta, rimbalzando contro le pareti delle montagne d’intorno, con un eco che metteva addosso una grande soggezione.

-“Ascoltate!- disse scandendo quasi le parole – Il nostro dio ha voluto mandarci di nuovo il pesce dalla squame d’oro. Il nostro Dio non ha fatto ciò per separaci, ma per unirci. Egli lo ha impigliato in questa rete che non appartiene a nessuna delle nostre due tribù.. Egli vuole chela carpa d’oro sia di tutti noi e non di uno di noi o di una sola tribù. Il pesce che vedete sarà dunque, d’ora in poi, un simbolo di pace. Lo custodiranno a turno coloro i quali dimostreranno di conquistarlo con maggiore onestà, intelligenza ed abilità. Dovremo aspettare la prossima alba ed il nostro dio ci dirà come dovremo pacificamente contendercene il possesso. Ritornate dunque nelle vostre capanne e non uscite fino al prossimo sorgere del sole”-. Così concludendo fece ritorno a riva.

Molti si avvicinarono a nuoto alla rete e guardarono, fra stupiti ed estasiati, il pesce che un tempo fu oggetto di tanta discordia e che invece finalmente avrebbe riappacificato i Manongo.

La giornata trascorse velocissima, ma la notte che venne, sembrava che non passasse mai. Soprattutto i fanciulli erano eccitati e felici. La curiosità per quello sarebbe successo non fece loro chiudere occhio. Era un continuo lasciare i giacigli di foglie per andare a spiare, attraverso i legni con cui erano costruite le capanne, se qualche cosa di strano stesse avvenendo. Poi la stanchezza si posò dolcemente come un velo su tutti e ciascuno cadde in sonno sereno e ristoratore.

Fu l’allegro cantare degli uccelli a svegliare i Manongo. A piccoli gruppi le famiglie si avviarono al lago, ma lo spettacolo che si presentò loro fu stupefacente.

Il lago si era quasi del tutto prosciugato ed al suo posto c’era un grande prato rettangolare, intorno a cui scorreva un ruscello dalle acque cristalline. All’estremità di questo bellissimo prato erano rimasti ancora i due retini fissati in cima ai soliti pali. Al centro campeggiava, appena mossa dalla brezza, la rete di sempre con la carpa d’oro, che intanto si era gonfiata come un grande frutto maturo. I manongo si sedettero tutt’intorno, incuriositi ma non intimoriti, quasi come se stessero ancora sognando. Il silenzio era assoluto.

Ad un certo momento la luna, invece che scendere e scomparire dietro le le montagne sembrò fermarsi ed invertire il suo moto. Così lentamente risalì sull’orizzonte, fin quasi a piazzarsi del tutto davanti al sole. Il cielo si oscurò d’improvviso. Gli indigeni erano con il naso all’ aria, affascinati da quello strano fenomeno. Gli occhi non abbandonavano un istante quella palla che alla luce dell’alba aveva la delicatezza di una medusa e che, malgrado ciò, stava oscurando il sole, pur se dei bagliori di luce filtravano la penombra illuminando le montagne d’intorno.

“-makumba! Makumba! (eccoli, eccoli!)- gridò improvvisamente il fanciulletto che aveva scoperto per primo la carpa d oro. A quel punto tutti abbassarono d’improvviso lo sguardo a terra e videro dodici Mo-ang fermi sul prato. Si erano schierati sei da una parte e sei d’altra parte della rete. I loro occhi erano luminosi come degli smeraldi visti in trasparenza contro il sole. Lo sguardo ispirava simpatia e gioia. Il volto era improntato ad un sorriso bonario e pacifico. Agitavano le braccia come se salutassero. Parlavano una lingua strana ed incomprensibile.

Ad un certo momento lo stregone, avvolto nel suo mantello purpureo, si avvicinò a loro. Alzò le braccia al cielo e con voce tonante rivolto alle due tribù: “-i Mo-ang- disse- sono qui per insegnarvi il loro gioco, affinchè voi possiate imparalo e poi giocarci quando avrete da risolvere pacificamente le vostre contese o quando vorrete divertirvi e far divertire. I piccoli mo-ang lo giocano dalla notte dei tempi: per questo essi sono sempre stati una popolazione pacifica e felice!”-

A quel punto uno dei figli del vulcano staccò dalla rete la carpa, che intanto si era gonfiata fino a diventare un pallone dalla strana forma ovale ed niziò il gioco. La luna nel mentre aveva lasciato uno spicchio di sole libero, per cui una morbida luce rosata illuminò il campo su cui i mo-ang correvano con la velocità e l’eleganza propria dei felini. Lo strano pallone schizzava dalle mani dell’uno a quelle dell’altro in un’ alternanza di gioco preciso e spettacolare.. Era una contesa piacevole e corretta, fatta di momenti di gioco in cui la grande abilità nel possesso della palla da parte di alcuni mo-ang era talmente esaltante che un poco alla volta il silenzio e lo stupore dei primi momenti fece posto a grandi applausi di incoraggiamento ed aperte manifestazioni di entusiasmo. I più giovani, soprattutto, fremevano in attesa di provare essi stessi il nuovo gioco. Ogni volta che il pesce dorato finiva nel retino, grandi grida di gioia e di approvazione si levavano fino al cielo. Ad un certo momento la luna si mosse ancora fino a ricoprire interamente il sole. L’ ombra più cupa, come un fiume in piena, sommerse la valle. Durò tutto un attimo, poi il disco d argento si spostò ancora una volta fino a liberare totalmente il grande astro luminoso. Nella piena luce del giorno il grande prato verde apparve deserto: i Mo-ang erano scomparsi, come nel nulla, ma la carpa era ancora lì in terra. Tutti erano attoniti ed ammutoliti, quando dai bordi del campo dodici fanciulletti corsero verso quello strano pallone, lo raccolsero e cominciarono a giocare come avevano visto fare ai figli del vulcano. La gioia che essi provavano era tale che anche i meno giovani ed i più agguerriti delle due tribù sorridevano estasiati, dimenticando l’astio che per anni avevano nutrito. La pacifica contesa durò tutto il giorno e si concluse con una abbraccio collettivo delle due tribù finalmente riunificate. Nacque questo gioco che fra le popolazioni civilizzate prese il nome di Madball. Come lo abbia conosciuto il signor Giusman, che per primo lo presentò ai suoi allievi nel 1997, è ancora un mistero. Sembra però che in una notte di luna calante egli abbia sognato, come in un film, la vicenda dei manongo e dei loro piccoli amici. Fu così che egli ebbe l’idea che dette vita a questo gioco, con la speranza che quelli che vi prendessero parte potessero essere felici e fraternizzare.

(giusman- maggio 1998)